bibliografia selezionata

1980
  • Marco Meneguzzo, catalogo Premesse , ed. Rondòttanta, Sesto S. Giovanni 1986
  • Giampiero Manfredini, Agenda Mostre, L’Espresso 16 febbraio 1986
  • Luisa Caria, Disegni magici, Scienza e vita, gennaio 1989
  • Flash Art, Arte giovani, ottobre-novembre 1989
Adriano Altamira, catalogo Arti visive proposte, Edizione Unione Culturale Antonicelli, Torino 1983

Di non grandi dimensioni, accuratissimi, i disegni di Nadia Nava sono finiti come “opere”, per intenderci – e non studi per opere; portano in sé, attraverso il compimento di tecniche autonome, l’immagine di un mondo e di un’atmosfera interna, profonda, affatto particolare. Se in alcuni è possibile identificare una specie di struttura, di griglia della composizione, di altri si può facilmente intuire la crescita graduale, laboriosa, per contraccolpi, controspinte. Si definiscono a poco a poco, fino a individuare le forme, embrioni di immagini (organiche, vegetali, fino all’intreccio decorativo) che nella loro astrattezza non consegnano altri messaggi che quegli impulsi che via via, istintivamente, o meglio, istintualmente, durante il lavoro si sono dichiarati o sono affiorati fra le trame del disegno stesso. Può darsi che inizialmente le tele dipinte della Nava, che sono soprattutto jute, a trama spessa, diano un’impressione diversa dai disegni: è un fatto che non sono solo un tentativo di ingrandimento di questi ultimi. Sono opere costruite per spazi diversi, forse meno mentali, ricche di suggerimenti più immediati, che toccano immediatamente i sensi prima di passare attraverso il labirinto della mente. La prima impressione vedendole, stelaiate, in studio, ammonticchiarsi per terra una sull’altra o percorrere le pareti in sequenze di organica necessità, è di osservare agire e vivere moduli spaziali destinati a strutture, a entrare dentro lo spazio, non come geometrie però, ma come materia viva e pulsante che copre col colore, come una pelle, la superficie su cui poggia. Nella doppia relazione tra disegno e opera, come le immagini qui presentate mostrano, pur non mutando il valore strutturante delle intelaiature, delle tessiture che costituiscono la parte “costruttiva delle opere della Nava, cambia proprio la qualità materica, la qualità di suggestione delle immagini: il disegno è insieme freddo e ambiguo, “progettuale”, da un lato, ma anche compiuto nei termini del lessico che mette in gioco; la pittura, più sfatta, si stempera “concedendosi” di più, meno frenata, tuttavia senza perdere una chiarezza di impostazione, che prelude ad uno sfruttamento esaustivo, ormai prossimo, di tutte le sue gamme cromatiche, i suoi colori, i suoi calori. Una cosa più difficile da raccontare per iscritto è “raccontare” lo spazio di queste immagini: che non è solo quello che evocano dentro di sé, che la fotografia registra. Ma lo spazio “fuori di sé” che “succhiano” e catturano insieme alla luce, spostando all’esterno le proprie vibrazioni.

1990
  • Maria Campitelli, catalogo Il tempo e la materia, Juliet’s Room, Trieste 1991
  • Bruno Munari, presentazione mostra Tinto e ritinto, Il Mercato del Pesce, Sesto S. Giovanni 1991
Bruno Munari, prefazione al libro Il Batik, ed. Ulisse 1991

Prendi una candela e usala come se fosse un pastello, disegnando quello che vuoi su di un foglio di carta bianco. Non si vede niente. A questo punto non è che si deve buttar via il foglio; basta passargli sopra con un pennello un colore all’acqua qualsiasi e il colore tingerà tutto il foglio, ma non tingerà dove c’è il segno fatto con la candela, perché la cera lo rifiuta. Ecco che il disegno si vede. Questa tecnica ha una grande varietà di sviluppi e permette di scoprire una quantità di effetti interessanti. Oltre che sulla carta si può fare su ogni tipo di tessuto: dalla seta al cotone, al lino, al tessuto di canapa o di juta, oppure su tessuti di diversa struttura dal velo alla garza; si può agire su tutta la superficie del tessuto oppure solo su una piccola zona; si possono stampare (o meglio tingere) con colori diversi, sovrapponendo un colore all’altro per ottenere altri effetti ancora. La cera si può sciogliere e, a caldo, spalmarla sul tessuto da colorare, spiegazzando una tela spalmata di cera, si ottiene un “craquélé”. Sgocciolando la cera a caso sul tessuto si ottiene un altro effetto, pizzicando il tessuto, stringendolo e legandolo con un filo, piegandolo come le pieghe regolari di certi indumenti, appallottolandolo, timbrandolo, graffiandolo, facendogliene di tutti i colori (sempre prima di tingerlo), lo si può poi colorare per immersione nei colori voluti. I risultati sono sempre interessanti e attraenti. Provare per credere.

  • Michela Orefice, Bruno Munari presenta il libro di Nadia Nava, in Arte&Cornice ottobre 1991
  • Titti Carta, catalogo The Italian Art of Living, New York, Ed. Istituto Italiano per il Commercio Estero, Roma 1992
Maria Campitelli, catalogo La memoria intessuta, Juliet’s Room, Trieste 1992

Artista dai molteplici interessi e dalle molteplici risorse, Nadia Nava da tempo ha focalizzato la sua attenzione sui tessuti, con i quali realizza particolarissime espressioni d’arte. L’originalità della sua produzione consiste nei modi e nei materiali impiegati. Perché il tessuto si associa ad altri ingredienti necessari a compiere un’operazione che è di sottrazione e di destrutturazione per ottenere un risultato curiosamente plastico e delicatamente pittorico.
Nadia Nava vanta, infatti, profonde matrici culturali sui versanti della pittura, della filosofia, dell’artigianato. E la sua ricerca artistica, forte di tali fondamenti, si spinge sul territorio di una fattualità i cui obiettivi, però, sono diretti verso nessi linguistici del tutto afunzionali e quindi validi solo per se stessi. Di recente la sua cultura pittorica l’ha orientata sul disegno, riprendendo una quieta bidimensionalità che però risulta dal procedimento impiegato con i tessuti, cioè ne è il proseguimento, sfruttando un diverso vocabolario e spingendo la volontà analitico-destrutturante in un’altra direzione.
Il nucleo operativo di Nadia Nava gravita su un processo di costruzione/decostruzione per cui nella seconda fase, che intacca e smantella la prima, si sviluppa il vero percorso creativo, volto all’identificazione di tracce, impronte, reperti corrosi o sfilacciati che formano un nuovo universo linguistico, capace di insospettate effusioni materico/cromatiche, come di sottili penetrazioni concettuali.
La sua è dunque un’indagine dentro alla materia e dentro alla forma. La tecnica è quella dello strappo: la Nava dapprima incolla, generalmente su supporto di ardesia, un particolare tessuto, quindi lo strappa nei punti risparmiati dal collante, ottenendo un effluvio di filamenti. La superficie così trattata assume una pelosità seducente al tatto. Essa appare sommossa ed animata, esce dal suo asettico impianto liscio ed uniforme per impegnare altre dimensioni.
In una mostra personale a Trieste ha attrezzato una “stanza pelosa” in questo modo, ampliando il discorso da linguistico a installativo/ambientale. Introiettando quindi problemi di spazio, di connotazione del sito, e dimostrando di avvicinarsi a sensibilità e problematiche diffuse nelle pratiche artistiche attuali. Nei recenti lavori, la Nava destruttura un’immagine con i resti rappresi su nastro adesivo, riportato poi sulla carta, con un intervento segnico e materico che riconduce all’alveo informale. Il suo è un modo insolito di elaborare dei segnali che, da un lato disvelano un amore profondo per la materia, la volontà di scandagliarla fino a coglierne le trame interiori per tessere nuovi enunciati visivi di grande seduzione, dall’altro, questo strappare, questo distruggere una certa entità, per ridisegnarne con i residui un’altra, comporta un pensiero che si fonda sul principio e sulla fine. Sul tempo dunque che intercorre tra la nascita e la caduta; e sulla disgregazione che dà origine ad una nuova vita; sulla trasmutazione dunque.
I reperti di una realtà sopraffatta divengono testimonianza di ciò che è stato, memoria che confluisce, come base feconda ed ineludibile, in ciò che sarà.

  • Giulia Berruti, Intervista a Nadia Nava, Complemento Oggetto settembre 1992
  • Paolo Lezziero, La grande arte si riflette in mostra, La Nuova Sesto 7 novembre 1992
  • Nadia Lattuada, Gioielli poveri, D’A n. 16/17 1993
  • Anty Pansera, catalogo Invenzioni d’autore, ed. Comune di Ferrara, Musei Civici di Arte Antica, Ferrara 1994
  • Francesca Mellone e Vittoria Surian, catalogo Sesta Biennale Donna, Palazzo Massari, Ed. Maurizio Tosi, Ferrara
  • Emma Zanella, catalogo Vedernedituttiicolori, ed. GAM Gallarate 1994
  • Rolando Bellini, catalogo Anni ’90: Arte a Milano, ed. Abitare Segesta 1994
  • Chiara Guidi, catalogo Raggi d’ombra, Galleria Vanna Casati, Bergamo 1995
  • Ferruccio Battolini, catalogo Raccogliere il guanto, ed. Galleria Il Gabbiano, La Spezia 1995
  • Vittoria Surian, catalogo Identità e differenza: Libri di artiste, Centro Internazionale di Grafica e catalogo 46° Biennale di Venezia, Marsilio, Venezia 1995
  • Rolando Bellini, catalogo mostra Anni ’90. Arte a Milano Edizioni Abitare , Segesta Milano 1995
  • Mirella Bentivoglio, catalogo Pause e conferenza Gioielli sì, ma d’artista, Istituto Europeo di Design, Roma 1996
  • Mara Borzone, catalogo O mesmo son, ed. Galleria Il Gabbiano, La Spezia 1996
  • Lorella Giudici, catalogo Galeotto fu il libro, ed. Mercato del Pesce, Sesto S. Giovanni 1996
  • Francesca Mellone, catalogo Settima Biennale Donna, SATE Editore, Ferrara 1996
  • Gillo Dorfles, Riccardo Dalisi, catalogo La seduzione degli oggetti, Mondadori, Milano 1997
  • Lorella Giudici, catalogo Madrenatura, ed. Prearo, Milano 1997
  • Mara Borzone, catalogo Suono e silenzio, Centro Allende, ed. Galleria Il Gabbiano, La Spezia 1997
  • Susanna Legrenzi, Madrenatura, Io Donna 8 marzo 1997
  • Elda Belsito, catalogo Non capovolgere i manichini, Centro Allende, La Spezia 1998
  • Liliana De Matteis e Giorgio Maffei, catalogo Libri d’artista in Italia 1960-1998, ed. Maffei 1999
  • Mara Borzone, catalogo Seduzione dei sensi, Palazzina delle Arti, La Spezia, Silvana Ed. 1999
2000
  • Mara Borzone, catalogo Esercizi di stile, Palazzina delle Arti, La Spezia, Silvana Editoriale 2000
  • Elda Belsito, catalogo Sei personaggi in cerca d’autore, Villa Marigola, Lerici 2000
Lorella Giudici, Nadia Nava, Juliet maggio 2000

Dopo aver riflettuto sul mito di Dafne (la ninfa inseguita da Apollo e trasformatasi in alloro), dopo aver indagato l’arte e la storia alla ricerca di quei particolari che, pur appartenendo a un passato ormai lontano, o addirittura alla leggenda, continuano a essere tremendamente attuali (ne sono un esempio quei vigorosi arti, torturati e costretti all’impotenza da quel cappio che li serra in un’inesorabile morsa mortale), Nadia ha pensato a un coro a voci miste. Il suo canto abbraccia tutto l’universo e ogni cantore è individuo che diventa parte del tutto, è voce in armonia con le altre, è corda che vibra e commuove. Non sono necessari volti, bocche e sguardi: il suono sgorga dagli spartiti come da misteriosi carillons e l’alternanza delle partiture, l’aprirsi più o meno pronunciato (a volo di gabbiano) dei libri, segna il ritmo del gorgheggio.
Dei coreuti sono rimaste solo le mani che, come i brandelli di Orfeo (il cui corpo la tradizione vuole smembrato dalle baccanti), rimandano alla totalità: la rugosità dell’epidermide, il guizzo dei muscoli, la presa decisa, il rilievo pulsante delle vene non possono che appartenere ai tenori; mentre la levigatezza della superficie, la dolcezza del gesto e la delicatezza dell’appiglio provano presenze femminili. I cantori non sono né dei né angeli, sono esseri umani e in queste membra è racchiusa l’imprevedibile sinfonia della vita, l’unica pièce che non ammette prove, solo improvvisazioni.
Un’orchestra accompagna la ridotta compagine: il violinista accorda le sue melodie su un violino privo di corde, mentre la presenza del pianista è rivelata da due mani maschili sulla lunga tastiera, unica parte dello strumento ammessa al concerto. Ma bastano quell’alternarsi di bianchi e neri, quelle dita appena appoggiate e tese nel gesto per far riecheggiare nell’aria calde e dolci note. E’ un’orchesta in continuo divenire, poiché i suoi componenti nascono di volta in volta, a seconda delle esigenze della loro creatrice, dell’armonia e dell’ambiente in cui l’esecuzione viene richiesta.
Le opere, talmente precise che paiono ritagliate con le forbici, nascono per lo più da sottili lastre di ardesia (più raramente da sagome di legno) rivestite a tratti con strati di bianca cellulosa. La morbidezza e l’asciuttezza della carta riscaldano e alleggeriscono il freddo strato di roccia sottostante e consentono, dopo un lungo e paziente lavoro di ombreggiatura a matita, di far emergere forme tridimensionali. Impalpabili veli di pirite si depositano fra le trame del foglio per creare profonde zone d’ombra e graduali giochi di grigi. Ritornare al disegno, a quello che gli antichi maestri chiamavano mestiere, confrontarsi con il chiaroscuro e il segno, fa parte proprio del desiderio di riscoprire quell’armonia che la civiltà imperfetta e frettolosa in cui viviamo ha dimenticato o non sa più riconoscere. Da sempre Nadia, nel cammino della sua ricerca, si è confrontata con materiali diversi, ma l’ardesia, che lei con ostinazione e impegno riesce a domare, è tra quelli che più hanno soddisfatto la sua creatività, portandola a soluzioni originali e personali come ci hanno dimostrato le sue “ardesie pelose” degli anni Ottanta.

  • Jorge Alcolea, catalogo Pintores en verano, ed. Galleria Jorge Albero, Madrid 2000
  • Renate Maak, catalogo 16° Symposium Internationale Textilkunst, ed. Akademie, Graz (A) 2000
  • Roberto Borghi, catalogo Tanto di cappello, ed. Galleria Schreiber, Brescia 2000
  • AA.VV. catalogo Abitare il tempo: mostre di sperimentazione e ricerca, Veronafiere, ed. Grafiche Zanini, Bologna 2000
  • Tuula Savolainen, Mademoiselle Rivière on maailman toinen Mona Lisa, Keskisuomalainen 25 settembre 2001
  • Teresa Pollidori, catalogo Terza Biennale Libro d’Artista, Città di Cassino, Cangemi Editore 2003
  • Francesca Mariani, catalogo Marinettiana, Palazzina delle Arti, La Spezia, Silvana Editoriale 2004
  • Bruno Corà, catalogo Konx Om Pax, ed. Galleria Il Gabbiano, La Spezia 2005
  • Lorella Giudici, Concerto di applausi, catalogo The show must go on, Spaziotemporaneo, Milano 2005
  • Genova Press Online The Lisa Game 27 ottobre 2006
Rocco Abate, Silenzio, catalogo The show must go on, Galleria Spaziotemporaneo, Milano 2005

Com’è difficile stanare il nucleo generativo del fare poetico della regione remota in cui esso s’invera. Difficile ma, fors’anche per questo, affascinante, al tempo stesso, che quella regione remota occupi zone inaccessibili, misteriose, sottraendosi allo scandaglio dell’azione codificatrice e notarile della ragione.
“…Si disilluda subito chi suppone che si intenda chiarire ciò che per sua natura non può essere chiarito…”.
Questo, Franco Donatoni, uno dei massimi compositori del secolo ‘900 faceva scrivere, in una pubblicazione Adelphi, a proposito del suo ANTECEDENTE X, così interpretando quel luogo-momento che precede l’atto creativo, nell’attesa che la parola, il suono, il segno denudino la visione. Al pari di alcune creature abitatrici degli abissi – tanto straordinariamente belle nel loro vestito di tenebra, quanto fragili, fino a morirne, se soltanto lambite dalla luce -, il germe ispiratore della creatività non ama i riflettori. Non conosce i clamori. Simile ad un puro trasudar di pelle, col furore silente ma inesorabile di un lichene che disegna la sua presenza, morfologicamente impermanente, sulla roccia o – sotto apparente fissità – la celata mutevolezza delle nuvole, l’impulso creativo agisce, imperscrutato e sotterraneo, e guida il gesto di chi (Nadia) sa “auscultarlo con precisione assoluta. Una recente silloge del poeta dialettale Giacinto Luzzi porta il seguente titolo: “E’ l’ore ‘i stà citte”, la cui traduzione letterale in “E’ l’ora del silenzio”. Un silenzio dovuto, di fronte agli angosciosi interrogativi dell’attualità, che impongono un “Che fare?” non oltre procrastinabile.
Eccolo, dunque il silenzio (o l’ammutolimento) sgomento a cui l’uomo contemporaneo viene richiamato dalla sua stessa vertigine che gli deriva dalla perdita di senso gravitazionale (si direbbe smarrito per sempre) della sua esistenza, o dall’imperiosa violenza di una natura, oggi più che mai, esausta. Smarrimento, Solitudine, Silenzio… Di cos’altro parlano allora le “Sedie” bianche e vuote, “scolpite”  nel buio di un fondale infinito sulle quali Nadia mette a sedere, senza acclararlo ma suggerendone il senso nascosto le tre S S S ?… ma forse parlano anche di attesa – dal momento che “The show must go on”...
Dall’attesa che il pubblico prenda posto, ma al momento assente, forse:
a) per aver “già visto”
b) per avere comunque immaginato…”tanto si sa come va il mondo… non c’è niente da vedere”
c) per il fondato terrore di vederlo quel baratro (per quanto “spettacolare” sul cui crinale pericolosamente oscilla (quella sedia che l‘attende?) il residuale equilibrio della società contemporanea.
E’ da queste tre S, da tale privilegiato punto di osservazione che promana la visione “fotoradiopsicoesistenzialstereografica” dello Smarrimento dell’umanità che, con minuziosa precisione, Nadia riconduce sulla pelle fin porosa delle sue rappresentazioni e sotto lo sguardo stupefatto di tutti noi; da una imprescindibile condizione di solitudine riflessiva (“Le opere d’arte sono di indicibile solitudine”; R.M.Rilke) da quel “sovrumano” Silenzio (fecondo con chi sa percepire il segreto pulsare) che si fa Suono solo nell’orecchio del musicista, Significato nel cuore del poeta, Segno nella mano del pittore. Da ciò e da una versatilità fervida nella capacità di interrogare i materiali (carta, tela, acetato, tessuto, pietra e…altro e oltre) affiorano le fantastiche creature/creazioni di Nadia Nava.
“Parlate! Comunicate fra di voi! Non ascoltate!, urlava Erik Satie al pubblico presente ai suoi concerti quando, nel 1919, teorizzava la musica d’ameublement (ammobiliamento, “tappezzeria”) quale dichiarazione dell’assoluta inutilità dell’arte…” ma il pubblico ascoltò, senza parlare”. Così, analogamente, al “Concerto” di Nadia Nava, dove il Silenzio si “ascolta” provenire da una visionarietà immaginifica di stupefacente ricchezza la cui rappresentazione iconografica lascia senza parole e il Suono si “vede”, raggelato e sospeso…nella distanza che passa tra la mano e un tasto, tra la mano, lo spartito e la bocca di un corista fuori scena… Il tutto in un incantamento che, prima o poi, le vedrà quelle mani muoversi e vorticosamente scivolare sulle tastiere (del pianoforte o del liuto), agitare gli archetti e sfregare le corde (dei violini); le vedrà quelle mani pulsare impercettibilmente e ondeggiare con lo spartito che sorreggono, a seguire un proprio ritmo, un canto interiore.
E, a chiudere, l’“Applauso”, fragoroso nella visione e silenzioso nel suono, al quale vorremmo prestare anche le nostre mani, sicuri che una possibilità di salvezza per l’umanità risieda proprio nella sua capacità di “ascoltare” il Silenzio e di applaudire all’incommensurabile bellezza dell’inutilità, non solo dell’arte.

  • Tiziana Ricci, Intervista a Nadia Nava, trasmissione I Girasoli, Radio Popolare 2006
Marzia Ratti, Rimanere a bocca aperta, catalogo Canto sospeso, Museo del Castello S. Giorgio, La Spezia, ed. del Museo, La Spezia 2007

Sssccc…ascoltate. Ascoltate il coro che canta per voi. Non sentite la nota che ognuno ha intonato? Ciascuno ne ha una e la modula assai bene. Nel leggio quel suono si dipana e si costruisce attimo dopo attimo, il rigo musicale è una scia che si forma e che si infrange ad ogni onda di vissuto personale. Facce vere, occhi, rughe, sorrisi accennati dentro l’ovale che Nadia Nava ha immaginato per loro: una inedita, ma classica, cantoria del presente, in cui si annida, inesorabile, il mistero del tempo lineare, bloccato per gioco o per malinconia in un istante impossibile. Il canto è sospeso, la bocca è bloccata, l’adesso è già passato. In questa installazione Nava ci propone nuovamente, dopo l’ultima mostra The show must go on, un’immagine di forte teatralità, mettendo in scena i suoi amici, trascritti nel calore dei pastelli su legno trattato e ovattato con carta giapponese applicata. Ha inventato lei questa tecnica che segue il suo concetto visivo. Richiede pazienza, meticolosità, attenzione ai dettagli: nulla del volto degli amici sfugge alla mano che pian piano li ritrova nelle fisionomie compiute sulla cellulosa. Li ha voluti riunire insieme, in una testimonianza unica e fugace. Il tout se tient sta tutto qui, nella scelta dell’artista, nei suoi legami, nel suo disegno che ripercorre i tratti conosciuti degli amici e li raffina fino al momento del riconoscimento. E’ per questo che ritrae solo persone a lei ben conosciute che le permettono di entrare, disegnando, in un rapporto intimo e fiducioso. Esse affidano a lei la loro immagine e lei la riconduce alla propria, esigente, agnizione che non ammette distrazioni. Vero e falso si rincorrono nelle ombre proiettate, negli aggetti dei fogli di musica. L’arte si diverte a sfiorare i lembi incerti che separano la realtà dalla finzione. Sssccc…Silenzio. La solista dà il “la”: il coro è partito, ma i cantori sono rimasti a bocca aperta. … Où sont les chants d’antan?

  • Ilario Luperini, catalogo Arte, Segno, Scrittura, Archivio di Stato di Pisa 2007
  • Nicoletta Costa, I ritratti di Nadia Nava: ovali di una inedita cantoria, Il Secolo XIX 10 settembre 2007
  • Mirella Bentivoglio, Bruno Corà, Lamberto Pignorri, catalogo Viaggio nella parola, ed. Cassa di Risparmio della Spezia 2007
  • Tutto Annunci Milano Volo ombra suono 2007
Alberto Veca, Volo ombra suono, Spazio Crispi 3, 2007

Nadia Nava costruisce la sua orchestra e, non è per citare il poeta, ma in fondo la melodia più bella è la melodia non udita. Non udita dalle orecchie, ma immaginata dal nostro cuore e dalla nostra sensibilità. Direi che la melodia non udita è la possibilità di ricreare teatralmente una situazione mitica come può essere quella del palcoscenico e di una platea. L’occhio di Nadia osserva, estrapola, sceglie costruendo l’orchestra e costruendo il suono attraverso i frammenti.
I frammenti fondamentali sono lo strumento e la mano; e allora è come se l’esplorazione dall’alto del palco, dell’esecuzione, cogliesse quello che è il momento di massima tensione fra l’abilità dell’esecutore e la qualità dello strumento che riesce a esprimere un suono. Il “non suono” in fondo permette a noi di fantasticare sui suoni possibili.

Ugo La Pietra, Un canto per l’arte, catalogo Ho raccolto un coro di critiche, Galleria Spaziotemporaneo, Milano 2008

Negli ultimi venti anni si sono moltiplicate nel sistema dell’arte sempre nuove proposte e di conseguenza nuovi linguaggi espressivi; una crescita che parallelamente ha visto la presenza di un sempre maggiore numero di critici e curators. Tante opere, tante voci che ci parlano dell’arte e che però, tutte insieme, rischiano di creare un gran “rumore”. Nadia Nava, abile nel fare, che da sempre sa caricare, come pochi artisti, le sue opere di concettualità unita ad una sottile ironia, in questa mostra ci presenta un coro di critiche e critici d’arte raffigurandoli nella funzione di soprani, contralti, bassi, tenori, ognuno davanti al proprio leggio. L’insieme dei protagonisti, costruito con grande perizia grafica, è definito attraverso i diversi ruoli delle diverse voci al fine di ottenere un risultato, appunto, “corale”. Questi ritratti vengono composti dall’artista in una sorta di visione teatrale propria di certe strutture come il coro e l’orchestra, nel modo della musica. L’organizzazione spettacolare di questa installazione mette in evidenza la volontà di riuscire a rappresentare non il “rumore” di troppe voci, ma l’ordinamento di queste in un complesso armonico, proprio come il direttore d’orchestra definisce le diverse partiture per ogni solista per ottenere il massimo di valorizzazione di ogni strumento, pur nella complessità dell’organizzazione dell’opera musicale. Cercando il modo di poter dare ad ogni voce una propria identità, Nadia sembra impegnarsi a mantenere vive le diversità, pur accettando la globalizzazione come un fenomeno crescente e caratterizzante la nostra società. Assistiamo inoltre, davanti a questo lavoro, ad un notevole capovolgimento di ruoli: mentre compito abituale dei critici è quello di “parlare delle opere d’arte”, qui diventano essi stessi opera d’arte.Ancora una volta l’artista mette in evidenza l’inganno che c’è tra il vero e il falso, tra ciò che crediamo di vedere e ciò che di fatto è la realtà che ci circonda. La tecnica abitualmente usata per questi lavori è molto personale: lastre di ardesia o tavole di legno vengono rivestite da un sottilissimo strato di cellulosa, da cui emergono, dopo un lungo e paziente lavoro di ombreggiatura realizzato con trame di grafite e pastelli, le varie immagini, in questo caso i volti dei cantori. Un modo lento e faticoso di raggiungere un risultato espressivo e narrativo che si oppone a una vita che ci chiede di essere sempre più rapidi nei gesti e nelle operazioni quotidiane. Nadia Nava ritorna quindi al disegno, dimostrando un’abilità ormai sempre più rara nelle nuove generazioni di artisti impegnati a “raffigurare”.

  • Elisa Gusella, Videointervista a Nadia Nava, Streamit, 2 luglio 2008
  • Silvia dell’Orso, Nava e le critiche, Tuttomilano 5 novembre 2008
  • Chiara Gatti Trentasei critici cantano in galleria, La Repubblica 25.6.2008
  • Federico Poletti, Ispirazione tra arte e moda, MADE 2008
  • Marzia Ratti, catalogo Metamorfosi del libro, Palazzina delle Arti, ed. Biblioteca d’arte, La Spezia 2008
Roberto Borghi, Un canto globale, testo mostra Allegro ma non troppo, Spazio Revel, Milano 2008

Persona, in latino, significa maschera. Secondo un’etimologia popolare, che forse ha più a che fare con la fantasia che con la filologia, questa parola deriva dalla fusione tra il verbo sonare e il prefisso per. Alla lettera per-sonare significa suonare attraverso, e per esteso echeggiare, rimbombare, cioè emettere un suono simile a quello che scaturisce da una maschera. Si tratta di un’ipotesi semantica che, al di là della sua correttezza lessicale, è tutt’altro che priva di fascino: da un punto di vista interiore, ciò che distingue una persona da un’altra non è infatti un suono, una vibrazione che la caratterizza nel profondo e che è unicamente sua? Sarebbe bello poter supporre che il suono identificativo dell’individuo coincida con la voce, o perlomeno con la voce emessa durante il canto, cioè nell’ambito di una situazione di sforzo, di tensione verso qualcosa di modulato, di compiuto e implicitamente sublime. Il Coro realizzato da Nadia Nava sembra dare per buona questa supposizione. I volti che campeggiano nelle formelle di ardesia di cui è composto sono rappresentati mentre le guance si gonfiano e tutta la fisionomia si contrae nel gesto del canto. Il disegno non ci restituisce il suono emesso in quell’istante, ma fissa la “maschera”, la sagoma del viso che l’ha prodotto, che in qualche modo ce lo suggerisce, ci permette di ricrearlo con lo sguardo. La forza dell’immaginazione potenzia a tal punto la dimensione visiva da fornirgli una capacità sonora, una virtualità acustica che le consente letteralmente di ri-suonare. Nadia Nava non si è però limitata a raffigurare i volti di alcuni “cantanti”, ma ha anche tentato di comporli, di assemblarli in un ipotetico coro. La struttura secondo la quale sono disposte le formelle ripete la gerarchia di…(basso, contralto, tenore?) che è presente nei complessi di voci canoniche. Non è per caso se l’aggettivo corale è spesso impiegato come sinonimo di universale: nella cantoria la cultura occidentale ha sempre visto una perfetta metafora della tensione ad armonizzare le voci individuali, a far sì che i suoni delle singole “maschere” creassero un canto globale. Il compito di rendere armoniche le voci spetta anche all’arte, nella misura in cui è in grado di ricomporre i frammenti della realtà, di rendere sintoniche la soggettività dell’artista e quella dello spettatore. Il Coro di Nadia Nava serve proprio a rammentarci questa possibilità, tutta giocata sull’astuzia nel collocare i singoli cantori nel loro ruolo: perché, come afferma il solito ineffabile Goethe, “ciascuno al suo posto, al suo luogo, al suo tempo controbilancia tutto il resto”.

  • Anna Comino, testo mostra D’altro canto, Galleria Fatto ad Arte, Monza 2009
  • Roberto Borghi, Un esperimento, catalogo Sorsi di pace, ed. Litopress, Borgomanero 2009
  • Elena Lampugnani, Con Nadia Nava il gioco della teatralità, Il Cittadino 4 giugno 2009
  • Vittoria Biasi, Gabriele Perretta, catalogo Sesta Biennale del libro d’artista, Comune di Cassino, Cangemi Editore, Roma 2009
  • Mirella Bentivoglio, catalogo Roma souvenir, Cangemi Editore, Roma 2009
  • Mara Borzone, catalogo ALIMENTI, ALImenti, Elementi d’arte, ed. Galleria Sakros, Carrara 2009
2010
  • Roberto Borghi, catalogo Tie Art, ed. Comune di Como 2010
  • Angela Madesani, catalogo In cerca d’autore, ed. Galleria Maria Cilena, Milano 2010
  • Arte e Milano In cerca d’autore sett/ott 2010
  • Eleonora Acerbi, Andrea Marmori, catalogo Hic Sunt Leones, ed. Gallerie Il Gabbiano, La Spezia e Sakros, Carrara 2010
  • Un.Do.Net. Artisti in bicicletta 16 giugno 2010
  • Annamaria di Paolo, In cerca d’autore in Arte Moderna e Contemporanea, settembre 2010
  • Sergio Cortesini, catalogo In LIBERtà Libri d’artista, Edizioni ETS, Pisa 2011
  • Mara Borzone, L’idea del marmo, Il Rigo Musicale novembre/dicembre 2011
  • Mauro Carrera, Mario Commone, Lamberto Pignotti, Marzio Dall’Acqua, catalogo La luna e i falò, ed. Galleria Marcantoni, Pedaso (FM) 2011
  • AA.VV. catalogo Capi d’opera, Museo di Palazzo Morando, Milano, Ed. Fondazione Cologni, Milano 2012
  • Qui Libri In cerca d’autore 31 marzo 2012
Silvia Agliotti, Le stanze della memoria o dell’incompatibilità elettiva, catalogo Camere Comunicanti, ed. Gli Eroici Furori, Milano 2013

Nadia Nava racconta la storia di un destino umano attraverso gli oggetti con cui l’uso quotidiano ci mette in relazione. Libri, ritratti, accessori parlano di noi, spesso ci sopravvivono, costituiscono la nostra archeologia del sapere. Stratificazioni nomadiche intrise di memoria e gocciolanti di esperienze vissute, gli effetti personali parlano del soggetto desiderante come il linguaggio, la parola, porta alla cosa. La ricerca di Michel Foucault ne L’archeologia del sapere fa lo stesso con i segni simbolici, con una profonda analisi dei meccanismi che regolano la formazione dei discorsi. Foucault parla della episteme di un’epoca come di una condizione di sottesa verità che fonda ciò che è accettabile e riconosciuto come tale. Nella nostra epoca l’episteme in senso foucaultiano potrebbe essere il senso di sgretolamento del soggetto, la liquefazione dell’essere umano che Francis Bacon ha così ben rappresentato. Che cosa resta dunque dopo questa situazione di non finitezza e scioglimento dei confini (dell’essere, delle cose prossime all’essere?). Il soggetto liquido spesso non comunica e se lo fa parla attraverso trame eteree sostitutive della propria integrità. La grande rete è una immane ragnatela, agguanta tutto. Gli oggetti, gli effetti, gli affetti personali come derive di ciò che resta, l’indispensabile bagaglio quotidiano, fardello e insieme patrimonio, corredo della nostra anima. La Lei della Nava si trova di fronte a questa transitoria contemporaneità. Una donna e la sua stanza “tutta per sé”, conquistata forse a fatica, una donna intellettuale che vuole avere uno spazio tutto suo da invadere con creatività e intelligenza: come Virginia Woolf nell’immaginario di Nadia Nava. Artista che da anni compie una sofisticata ricerca concettuale, Nadia Nava qui presenta i distesi paesaggi della campagna inglese, i volti ritratti con encomiabile purezza di tratteggio, i fondamentali libri, il cappellino e l’ombrello, il faro della gita raccontata nel noto romanzo della Woolf. E ancora la sua scrivania e il fiume Ouse dove è terminata l’esistenza di Virginia. Come quelli della scrittrice inglese, Nadia Nava rappresenta con meticolosità e perfezione certosina gli oggetti indispensabili che circondano la donna che pensa, che scrive, che dipinge, la donna intellettuale e l’artista che talvolta ancora oggi vive la condizione di difficoltà ad avere uno spazio fisico di raccolta delle idee. Uno “spazio tutto per sé” di woolfiana memoria. La scelta di lavorare in bianco e nero dalle illimitate sfumature, con pastelli e carta giapponese su tavola, contribuisce a dare l’illusione della tridimensionalità, dà vita ad una storia visiva d’altri tempi che narra l’atmosfera della donna intellettuale tramite il proprio luogo intimo e domestico. Il passaggio quotidiano incide giorno dopo giorno frammenti di ricordi che alla fine compongono la memoria delle cose. […] L’artista dà vita ad una installazione suggestiva e con la suprema validità di poter essere un non-luogo, o meglio un luogo senza tempo, con paesaggi di tempi andati ma prossimi, di oggetti quotidiani che parlano di storie eterne di vite vissute di cui avere memoria, un percorso di una archeologia del contemporaneo che nell’arte ritrova una incantevole e commovente immagine senza spazi né confini.

Chiara Gatti, Camere nella corrente, catalogo Camere Comunicanti, ed. Gli Eroici Furori, Milano, 2013

La vita che Nadia Nava riassume in una manciata di oggetti, raccolti come capitoli di una vicenda intima, è una vita privata di tacito ritiro. Ritiro in uno spazio segreto, a misura dei propri bisogni e desideri, che ha assorbito gli umori, i sentimenti, l’indole di chi l’ha abitato e vi ha lasciato un pezzo di sé. La Nava è autrice di un nuovo romanzo, fatto di immagini, descrizioni accurate di ambienti dentro i quali la vicenda si dipana lenta, guidata da una regia impeccabile. La stessa che Nadia Nava, artista di grande tecnica e sentimento, dirige in punta di matita disegnando angoli di vissuto come inquadrature esatte. Si dice spesso, dei film che vantano una fotografia magistrale, quanto certe scene “sembrino quadri”. Bene, parlando dei quadri di Nadia Nava si potrebbe dire che essi “sembrano inquadrature”. Nel senso che la sua cura per la ripresa perfetta, frutto di anni di ricerche sulle regole della composizione e il gusto per il racconto dalla vocazione letteraria, l’ha portata a muoversi nello spazio della rappresentazione con l’occhio fisso in macchina, in grado di inoltrarsi fra le stanze vuote di figure (ma zeppe di presenze) come solo Ettore Scola ha saputo fare in Una giornata particolare o ne La famiglia. Con un lento movimento del carrello avanti, la sua mano scivola lungo i muri, camera dopo camera, accarezza gli oggetti, i piani felpati nella polvere sospesa, scorre su pagine di libri aperti, ritratti in seppia, piccoli paesaggi in cornici ben sagomate. Registra e insieme narra una storia dentro una storia. Una storia minima, punteggiata di cose di casa, allegoria di una storia più universale. Quella ispirata qui al celebre saggio di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, micro-cosmo e micro-sogno di indipendenza e libertà intellettuale, desiderio e ossessione di un mondo a parte, che gli effetti personali di lei – la signora della psiche, tratto leggero e coscienza pesante – succhiarono come una linfa nei confini amati di una camera in stile vittoriano, che li raccolse tra le colline dolci del Sussex. Ragione e poesia si sposano nella trascrizione lirica che Nadia Nava fa della sua fuga dalla pazza folla, sofferto isolamento confortato solo dalla sicurezza degli oggetti, ancora di salvataggio per un’esistenza labile, trascinata dalla corrente. Un commovente quadro di ordinaria solitudine, riflesso di un’intimità tutta al femminile.

  • La Repubblica, Woolf e lo sconosciuto due solitudini parallele 18.7.2013
  • La Provincia Pavese, Rooms. A Palazzo Botticella visioni, emozioni, sogni 25.9.2013
  • Adriano Accattino, catalogo Pensare oltre la parola, ed. Museo della Carale, Ivrea 2013
  • Mur Mur of Art, Il giudizio e la mente, articolo web, 12 dicembre 2013
  • Laura Monaldi, catalogo Vitamine, edizioni Polistampa 2015
  • Marcella Busacca, Non di solo pane, articolo web, 14.9.2015
  • Laboratorio Formentini, Poeti a Brera/Arte & Co. Coincidenze, 18.12.2015
  • Marina Magi, Omaggio al centenario del movimento Dada, La Nazione 20 aprile 2016
  • Guido Mura, Mostre insolite, Domura.wordpress.com, 16.10.2016
Francesca Cattoi, La stanza di Nadia, catalogo A Room Of One Own’s, ed. Galleria Il Gabbiano, La Spezia 2016

Nadia Nava ha studiato per anni l’opera di Virginia Woolf. Ha imparato ad amare questa scrittrice che nella fragilità nervosa del suo essere è riuscita ad analizzare e descrivere il flusso di pensieri che permea costantemente la nostra vita e dentro il quale si formano le storie, le idee, i gesti, che si cristallizzano in un romanzo, in un quadro, in un’opera cinematografica o teatrale. A lei e ai suoi libri Nava ha dedicato nel tempo diversi lavori, come per esempio Please return, 1996-2000, installazione composta da una serigrafia di un ritratto fotografico della Woolf e dalla riproduzione in cartoncino dei suoi libri con le loro copertine originali, oppure Tutti viaggiatori quali siamo…, 1996, dove, su una grande tavola, riproduce il calendario di viaggio della scrittrice inglese che includeva una visita a Roma nel maggio 1935 e al quale Nava aggiunge nel riquadro del 19 maggio la sosta a Ferrara, città dove l’opera in questione era esposta durante la VII Biennale Donna. Dal 1913 la visione si allarga e Nava inizia a dare corpo a un insieme di opere pensate come la ricostruzione, tra fantasia e realtà, della stanza, dello studio dove la Woolf ha concepito le sue opere. Le suggestioni da cui è partita sono le fotografie d’epoca degli studi della scrittrice inglese, nonché una certa idea di come potevano essere arredate le case della classe agiata, borghese, degli anni venti-quaranta. Queste immagini vengono arricchite e/o completate con prelievi realistici dagli incontri e dal vissuto dell’artista, giungendo a comporre un contesto credibile pur nell’assenza di una riproduzione fedele di un ambiente storico preciso. La costruzione della “stanza tutta per sé” di Nava passa attraverso la produzione di oggetti quotidiani: una mensola, dei libri, un ombrellino parasole, una cappelliera, dei vasi, dei quadri di paesaggio e dei ritratti. La stanza si alimenta della bidimensionalità di questi elementi, ottenuti attraverso una tecnica originale e personale: “Preparo il legno, che prima ho sagomato, sul quale incollo una carta giapponese che diventa come una pelle. Poi uso principalmente i pastelli, per dare il chiaroscuro e la fattezza alle forme, ma aggiungo, talvolta, anche colori a olio”. L’interesse dell’artista è rivolto al dialogo continuo tra i vari elementi, dove l’iperrealismo non è perseguito in sé, ma solo in funzione del racconto, cosicché l’occhio dell’osservatore è intrigato sia dalla sapienza della riproduzione realistica dell’oggetto, sia dalla preziosità della manualità e gestualità della stesura del segno sulla carta. Nadia Nava possiede una sua casa-studio a Milano e il suo tavolo da lavoro si trova sotto una finestra ben illuminata dalla quale si vedono i tetti e gli interni dei palazzi circostanti. Un luogo silenzioso e spazioso, dove lavora alla sua arte e alle sperimentazioni sulla colorazione dei tessuti. E’ lì che ha creato gli elementi che compongono l’installazione. Una prima versione della stanza risale al maggio 2013, quando Nava la espone alla doppia personale presso la galleria Gli Eroici Furori di Milano. La stanza si arricchisce e cresce per numero di elementi durante la seconda rappresentazione a settembre presso la mostra Rooms, Palazzo Bottigella Gandini a Pavia. Qui Nava ha avuto la possibilità di disporre le opere all’interno di una sala secentesca, carica di silenzio per le ridotte dimensione dello spazio e di storia per l’inquadratura della finestra e gli stucchi sul soffitto. All’interno della terza versione, ora presentata al Gabbiano della Spezia, ci troviamo davanti a uno scrittoio, un tavolino pieno di libri, una consolle con una collezione di vasi Liberty – come quelli collezionati dal cognato di Virginia, Clive Bell – un appendiabiti con un cappellino di paglia da indossare nelle passeggiate, forse quelle nel bellissimo giardino di Monk’s House a Rodmell, dove la Woolf ha passato tante ore felici e un ombrellino di pizzo bianco. A questi si aggiungono tre vasi Ming a grandezza naturale, una mensola con libri e altri oggetti e un’intera quadreria, “la collezione di Virginia”, nelle parole di Nadia, dove ritratti personali, della famiglia o dei personaggi dei suoi libri – tra cui il cane dell’amica Elizabeth Barrett Browning, che ha ispirato il romanzo Flush – si alternano a paesaggi e bozzetti della campagna inglese, tra cui spicca quello che ritrae l’Ouse, il fiume dove decise di porre fine alla sua vita, mentre nel Writer’s Desk, lo scrittoio, c’è un quaderno aperto su cui si possono leggere il sopracitato calendario di viaggio e la lettera che Virginia lascia a Leonard prima di togliersi la vita, un commovente saluto alla persona che l’aveva resa veramente felice. La rappresentazione della stanza della Nava qui alla Spezia diventa più grande e ardita, i riferimenti puntuali a una reale stanza abitata dalla Woolf si fanno più lontani, diventa un luogo dove si deve forse entrare uno alla volta, dove si deve essere a proprio agio in solitudine, dove il meticoloso ed estenuante lavoro dell’artista si specchia nella altrettanto meticolosa e sfiancante applicazione che la scrittrice inglese dedicava al suo lavoro. Ci sono eleganza e sobrietà in quella stanza, così come ce la potremmo immaginare nelle case abitate dagli Woolfs. … La stanza è viva, non cristallizzata. L’installazione probabilmente crescerà ancora per dimensione e numero di elementi a testimoniare come una necessità primaria per chiunque voglia fare arte diventa una piccola ossessione per un’artista la cui ricerca resta delicata ed effimera, come accadeva agli apparati pensati e realizzati per le feste secentesche, di grande suggestione emotiva ma di breve durata. In fondo questa installazione è una sorta di messa in scena dove ognuno di noi è chiamato a interpretare il ruolo di scrittrice/scrittore, il ruolo di Virginia Woolf, per il breve tempo della visita e che verrà poi smantellata e ripresentata in un altro luogo e in un altro momento. Questa costruzione fa appello all’amore per gli oggetti che ci circondano e per i luoghi dove abitiamo e che diventano la cornice in cui ricordare che, citando le parole della Woolf: “Life for both sexes […] is ardous, difficult, in perpetual struggle. It calls for gigantic courage and strenght. More than everything, creature of illusion as we are, it calls for confidence in oneself”.

  • Valerio Cremolini, Omaggio a Virginia Woolf firmato Nadia Nava, Il Secolo XIX 21 febbraio 2016
  • Manuela Bonadeo, Lo spazio dell’artista libero, Oltre, novembre/dicembre 2016
  • Valerio Cremolini L’Avanguardia Dadaista sbarca al Liceo Artistico Il Secolo XIX 11 maggio 2017
  • Città della Spezia online, Narrate uomini le storie altrui, 12 novembre 2017
  • Valerio Cremolini Se i grandi scrittori ispirano la pittura Il Secolo XIX 2 dicembre 2017
  • Provincia Monza e Brianza Se una notte di primavera un viaggiatore Sergio Borrini e Nadia Nava 11 maggio 2017
  • Adriano Accattino, catalogo Forma e trasforma, ed. Museo della Carale, Ivrea 2018